I. Tentativi di chiarificazione
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Per la soluzione del problema si offre anzitutto, come schema fondamentale, la duplicità di istituzione ed evento, istituzione e carisma. Ma allorché si tenta di lumeggiare più a fondo le due nozioni al fine di addivenire a regole in base a cui precisare validamente il loro rapporto vicendevole, si profila qualcosa d'inatteso. Il concetto di «istituzione» si sbriciola fra le mani di chi provi a definirlo con rigore teologico. Che cosa sono, infatti, gli elementi istituzionali portanti che improntano la Chiesa come stabile ordinamento della sua vita? Certo, ovviamente, il ministero sacramentale nei suoi vari gradi: episcopato, presbiterato, diaconato. Il sacramento, che —significativamente— reca il nome di «Ordine», è in definitiva l'unica struttura permanente e vincolante che, diremmo, da alla Chiesa il suo stabile ordinamento originario e la costituisce come «istituzione». Ma solo nel nostro secolo, verosimilmente per ragioni di convenienza ecumenica, è diventato d'uso comune designare il sacramento dell'Ordine semplicemente come «ministero», onde esso appare dall'unico punto di vista dell'istituzione, della realtà istituzionale. Senonché questo «ministero» è un «sacramento» e pertanto è evidente che viene infranta la comune concezione sociologica di «istituzione». Che l'unico elemento strutturale permanente della Chiesa sia un «sacramento» significa, al contempo, che esso deve essere continuamente ricreato da Dio. La Chiesa non ne dispone autonomamente, non si tratta di qualcosa che esista semplicemente e da determinare secondo le proprie decisioni. Solo secondariamente si realizza per una chiamata della Chiesa; primariamente, invece, si attua per una chiamata di Dio rivolta a quegli uomini, vale a dire in modo carismatico-pneumatologico. Ne consegue che può esser accolto e vissuto, sempre, solo in forza della novità della vocazione, dell'indisponibilità dello Spirito. Poiché le cose così stanno, poiché la Chiesa non può istituire essa stessa semplicemente dei «funzionari», ma deve attendere la chiamata di Dio, è per questa stessa ragione —e, in definitiva, solo per questa— che può aversi penuria di preti. Pertanto fin dagli esordi è stato chiaro che questo ministero non può essere prodotto dall'istituzione, ma va impetrato da Dio. Fin dagli esordi è vera la parola di Gesù: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,37-38). Si capisce altresì, pertanto, che la chiamata dei Dodici sia stata frutto di una notte di preghiera di Gesù (Lc 6,12-16). La Chiesa latina ha esplicitamente sottolineato tale carattere rigorosamente carismatico dei ministero presbiterale, e l'ha fatto —coerentemente ad antichissime tradizioni ecclesiali— vincolando la condizione presbiterale al celibato, che con tutta evidenza può essere inteso solo come carisma personale, e non semplicemente come peculiarità di un ufficio [2]. La pretesa di separare l'una dall'altro poggia, in definitiva, sull'idea che il sacerdozio non debba essere inteso in una prospettiva carismatica, ma debba invece essere visto —per la sicurezza dell'istituzione e delle sue esigenze— come puro e semplice ministero che spetta all'istituzione medesima conferire. Per chi vuole così assoggettare il sacerdozio alla gestione amministrativa, con le sue sicurezze istituzionali, ecco che il vincolo carismatico, che si trova nella esigenza del celibato, è uno scandalo da eliminare il più presto possibile. Ma allora anche la Chiesa nel suo insieme viene intesa come un ordinamento puramente umano, e la sicurezza cui si mira in tal modo alla fine non è più in grado di dare quello che essa dovrebbe conseguire. Che la Chiesa sia non una nostra istituzione bensì l'irrompere di qualcos'altro, onde è per natura sua «iuris divini», è un fatto dal quale consegue che non possiamo mai crearcela da noi stessi. Vale a dire che non ci è lecito mai applicarle un criterio puramente istituzionale; vale a dire che la Chiesa è interamente sé stessa solo laddove sono trascesi i criteri e le modalità delle istituzioni umane. |
Naturalmente, accanto a questo ordinamento fondamentale vero e proprio —il sacramento— nella Chiesa esistono anche istituzioni di diritto meramente umano, in ordine a molteplici forme di amministrazione, organizzazione, coordinamento, che possono e debbono svilupparsi secondo le esigenze dei tempi. Va, però, subito detto che la Chiesa ha, sì, bisogno di siffatte istituzioni, ma se queste si fanno troppo numerose e preponderanti mettono in pericolo l'ordinamento e la vitalità della sua realtà spirituale. La Chiesa deve continuamente verificare la sua propria compagine istituzionale, perché non si appesantisca eccessivamente, non s'irrigidisca in un'armatura che soffochi quella vita spirituale che le è propria e peculiare. E naturalmente comprensibile che, qualora le facciano a lungo diretto le vocazioni sacerdotali, la Chiesa sia tentata di procurarsi, per così dire, un clero sostitutivo di diritto puramente umano [3]. Essa può realmente trovarsi nella necessità d'istituire ordinamenti d'emergenza, e se ne è avvalsa spesso e volentieri nelle missioni e in situazioni analoghe. Non si può essere che grati a quanti in siffatte situazioni ecclesiali d'emergenza hanno servito e servono come animatori della preghiera e primi annunciatori del Vangelo. Ma se in tutto questo si trascurasse la preghiera per le vocazioni al sacramento, se qua o là la Chiesa cominciasse a bastare in tal modo a sé stessa e diremmo quasi a rendersi autonoma dal dono di Dio, essa si comporterebbe come Saul, che nella gran tribolazione filistea aspettò bensì a lungo Samuele, ma allorché questi non si fece vedere e il popolo cominciò a disperdersi, perse la pazienza e offrì lui stesso l'olocausto. A lui, che aveva pensato di non poter proprio agire altrimenti in stato d'emergenza e di potersi, anzi doversi permettere di prendere in mano egli stesso la causa di Dio, fu detto che proprio per questo si era giocato tutto: «obbedienza io voglio, non sacrificio» (cf. 1 Sam 13,8-14; 15,22). Torniamo al nostro interrogativo: qual è il rapporto vicendevole tra stabili ordinamenti ecclesiali e sempre nuove insorgenze carismatiche? Non ci da una soddisfacente risposta lo schema istituzione-carisma, giacché la contrapposizione dualistica di questi due aspetti descrive insufficientemente la realtà della Chiesa. Ciò non toglie che da quanto si è detto finora possa desumersi qualche primo principio orientativo:
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Ma ora si pone l'interrogativo: se istituzione e carisma sono solo parzialmente considerabili come realtà contrapposte e quindi il binomio non fornisce che risposte parziali alla nostra questione, si danno forse altri punti di vista teologici che meglio ad essa si attagliano? Nella teologia contemporanea emerge sempre più chiaramente la contrapposizione di visione cristologica e visione pneumatologica della Chiesa. Donde si asserisce che il sacramento è correlato alla linea cristologico-incarnazionale, a cui poi dovrebbe affiancarsi la linea pneumatologico-carismatica. A questo proposito è giusto dire che si deve far distinzione tra Cristo e Pneuma. Per contro, come non è consentito trattare le tre Persone nella Trinità come una comunione di tre dèi, ma le si deve intendere come un unico Dio nella relativa triade delle Persone, così anche la distinzione fra Cristo e Spirito è corretta solo se grazie alla loro diversità riusciamo a meglio intendere la loro unità. Non è possibile comprendere rottamente lo Spirito senza Cristo, ma nemmeno Cristo senza lo Spirito Santo. «II Signore è lo Spirito», ci dice Paolo nella 2 Cor 3,17. Ciò non vuoi dire che i due siano sic et simpliciter la stessa realtà o la medesima Persona. Vuoi dire, invece, che Cristo, in quanto è il Signore, può esserci, fra noi e per noi, solo in quanto l'Incarnazione non è stata la sua ultima parola. L'Incarnazione ha compimento nella morte in croce e nella Resurrezione. È come dire che Cristo può venire solo in quanto ci ha preceduti nell'ordine vitale dello Spirito Santo e si comunica tramite lui e in lui. La cristologia pneumatologica di san Paolo e dei discorsi di addio del Vangelo di Giovanni non sono ancora penetrati a sufficienza nella nostra visione della cristologia e della pneumatologia. Eppure la nuova presenza di Cristo nello Spirito è il presupposto essenziale perché vi siano sacramento e presenza sacramentale del Signore. Ecco quindi che ancora una volta si avvivano di luce il ministero «spirituale» nella Chiesa e la sua collocazione teologica, che la tradizione ha fissato nella nozione di successio apostolica. |
«Successione apostolica» non significa affatto, come potrebbe sembrare, che diventiamo, per così dire, indipendenti dallo Spirito grazie all'ininterrotto concatenarsi della successione. Esattamente al contrario, il vincolo con la linea della successio significa che il ministero sacramentale non è mai a nostra disposizione, ma deve esser dato sempre e di continuo dallo Spirito, essendo per l'appunto quel Sacramento-Spirito che non possiamo farci da noi, porre in atto da noi. A tanto non è sufficiente la competenza funzionale in quanto tale: è necessario il dono del Signore. Nel Sacramento, nel vicario operare della Chiesa per mezzo di segni, egli ha riservato a se stesso la permanente e continua istituzione del ministero sacerdotale. Il legame quanto mai peculiare fra «una volta» e «sempre», che vale per il mistero di Cristo, qui si fa oltremodo visibile. Il «sempre» del sacramento, il farsi pneumaticamente presente dell'origine storica in tutte le epoche della Chiesa, presuppone il collegamento all'«ephapax» (εφαπαξ), all'irripetibile evento originario. Il legame con l'origine, con quel paletto saldamente piantato nella terra che e l'evento unico e non ripetibile, e imprescindibile. Mai potremo evadere in una pneumatologia sospesa in aria, mai lasciarci alle spalle il solido terreno dell'Incarnazione, dell'operare storico di Dio. Viceversa, però, questo irripetibile si fa partecipabile nel dono dello Spirito Santo, che è lo Spirito di Cristo risorto. L’irripetibile non sprofonda nel già stato, nella non ripetibilità di ciò che è passato per sempre, ma reca in sé la forza del rendersi presente, giacché Cristo ha attraversato il «velo [della] carne» (Eb 10,20) e pertanto nell'evento l'irripetibile ha reso accessibile ciò che sempre permane. L'incarnazione non si ferma al Gesù storico, alla sua sarx (cf. 2 Cor 5,15)! Il «Gesù storico» diviene importante per sempre proprio perché la sua carne viene trasformata con la Resurrezione, sì che ora egli può, nella forza dello Spirito Santo, farsi presente in tutti i luoghi e in tutti i tempi, come mirabilmente mostrano i discorsi di commiato di Gesù nel Vangelo di Giovanni (cf. particolarmente 14,28: «Vado e tornerò a voi»). Da questa sintesi cristologico-pneumatologica è dato attendersi che per la soluzione del nostro problema ci sia di reale aiuto un approfondimento della nozione di successione apostolica. |
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Prima di approfondire queste idee, va brevemente menzionata una terza proposta interpretativa del rapporto fra stabili ordinamenti ecclesiali e nuove fioriture pneumatiche: oggi vi è chi, rifacendosi all'interpretazione scritturistica di Lutero nella dialettica fra Legge e Vangelo, contrappone volentieri la linea cultico-sacerdotale a quella profetica nella storia della salvezza. Alla seconda sarebbero da ascrivere i movimenti. Anche questo, come tutto quello su cui abbiamo riflettuto finora, non è del tutto erroneo, ma, ancora una volta, è oltremodo impreciso e perciò inutilizzabile in questa forma. Il problema è troppo vasto per esser trattato a fondo in questa sede. Anzitutto andrebbe ricordato che la legge stessa ha carattere di promessa. Solo perché tale, Cristo ha potuto adempierla e, adempiendola, al tempo stesso «abolirla». Nemmeno i profeti biblici, in verità, hanno mai messo fuori corso la Torà, anzi, al contrario, hanno inteso valorizzarne il vero senso, polemizzando contro gli abusi che se ne facevano. E rilevante, infine, che la missione profetica sia sempre conferita a persone singole e mai sia fissata in un «ceto» o status peculiare. Tutte le volte che (come di fatto è avvenuto) la profezia si presenta come uno status, i profeti biblici la criticano con durezza non minore di quella che usano con il «ceto» dei sacerdoti veterotestamentari [4]. |
Dividere la Chiesa in una «sinistra» e una «destra», nello status profetico degli ordini religiosi o dei movimenti da una parte e nella gerarchia dall'altra, è un'operazione a cui nulla nella Scrittura ci autorizza. Al contrario è qualcosa di artefatto e di assolutamente antitetico alla Scrittura. La Chiesa è edificata non dialetticamente, bensì organicamente. Di vero, quindi, c'è solo che si danno in essa funzioni diverse e che Dio suscita incessantemente uomini profetici —siano essi laici o religiosi, oppure anche vescovi e preti— i quali le lanciano quell'appello che nel corso normale dell'istituzione non attingerebbe la forza necessaria. Personalmente, ritengo che non sia possibile intendere a partire da questa schematizzazione natura e compiti dei movimenti. E questi stessi sono ben lontani dall'intendersi in tal modo. Il frutto delle riflessioni esposte finora è quindi piuttosto scarso ai fini della nostra problematica, ma non per ciò privo d'importanza. Non si arriva alla meta se come punto di partenza verso una soluzione si sceglie una dialettica dei principi. Invece di tentare per questa via, a mio avviso conviene adottare un'impostazione storica, che è coerente con la natura storica della fede e della Chiesa. |
[2] Che il celibato sacerdotale non sia una invenzione medievale, ma risalga ai primissimi tempi della Chiesa, lo dimostra in modo chiaro e convincente il cardinale A.M. Stickler, Il celibato sacerdotale, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1994; cf. anche C. Cochini, Origines apostoliques du célibat sacerdotal, Paris-Namur 1981; S. Heid, Zölibat in der frühen Kirche, Paderborn 1997.
[3] Nella Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei laici al ministero dei sacerdoti, pubblicata nel 1997, si tratta ultimamente di questo problema.
[4] La contrapposizione classica tra profeti inviati da Dio e profeti come istituzione si trova in Amos 7,10-17. Una situazione analoga si verifica in 1 Re 22 nel contrasto tra i quattrocento profeti e Michea; egualmente in Geremia, ad es. 37,19; cf. anche J. Ratzinger, Natura e compito della teologia, Jaca Book, Milano 1993, 104-106.
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